Nisida

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sabato 4 giugno 2016

Muhammad Alì


Gordon Parks’ shot of Ali after a training session in Miami in 1966 is breathtaking. So much detail, so much contrast, and, for once, it’s a portrait of the champion without any hint of braggadocio.



LA FORZA DI ALI'


TREMAVA come un budino.
Con tutto il braccio sinistro morsicato dalla malattia, come se fosse attaccato ad un martello pneumatico invisibile. Un robot gonfio, goffo, malato, che a malapena riusciva a tenere in mano la fiaccola.
IL PUGNO DI ALI' COMMUOVE IL MONDO CON GLI OCCHI fatti a pezzi dai medicinali chiedeva aiuto perché le fiamme gli stavano bruciando il braccio. Proprio lui, "The Greatest", il Più Grande. Il pugile che sul ring ballava come una farfalla e pungeva come una vespa. Ma anche così: devastato dal Parkinson, dall' imbarazzo, dall' impossibilità di alzare il braccio, nudo davanti al mondo nella sua infermità, Mohammed Alì ha colpito duro. Non come prima, ma sicuramente più di prima. E nelle Olimpiadi che si tuffano con freddezza nel Duemila ha dimostrato che ci sono ancora cose che fanno battere il cuore per qualcosa diverso dalla paura. Perché in quel momento l' America non era il potente presidente Clinton, che frettolosamente in 133 secondi liquidava la sua entrata in scena, così imbottito dal giubbotto antiproiettile che quasi inciampava nel suo primo passo sul campo, non era Janet Evans, la giovane bianca e ricca nuotatrice californiana, che goffamente con le sue gambe a X faceva correre alla fiaccola il suo ultimo giro di pista, ma questo testardo musulmano nero di 54 anni, quest' uomo letargico che non riesce più a parlare, ma che si ostina ancora a dare. E mentre la telecamera, anche lei imbarazzata, staccava da Alì che non riusciva ad accendere il fuoco dell' Olimpiade, non potevano non venire in mente altre fiamme, quelle violente della guerra civile che nel 1864 avevano raso a terra Atlanta, quelle più recenti delle rivolte dei ghetti, e quelle dolose che in quest' ultimo anno hanno consumato più di settanta chiese nere nel sud, e come sia difficile per questo paese guardare avanti e trovare nuovi miti a cui affidarsi, quando il passato è così tormentato. Se c' era un messaggio da dare è stato questo: l' Olimpiade non siete voi, generazione nuova, giovane bella, carina e egoista, brava nell' evadere il fisco con false residenze, orgogliosa di non dichiarare mai da che parte sta, fiera del suo individualismo e del suo corpo supervitaminizzato, ma questo signore appesantito dalle ribellioni, intontito dal morbo di Parkinson e dai cazzotti inutili presi per poter finanziare la causa, e persino fregato dai fratelli neri che lo hanno ripulito di 150 miliardi. Questo ex nemico dell' America, considerato un fuorilegge più pericoloso di Jesse James, questo ragazzo di 25 anni che convocato in caserma il 28 aprile del 1967 per essere arruolato nella guerra in Vietnam, malgrado tre anni prima lo avessero destinato ai servizi sedentari, rifiutò recitando una poesia perché lui contro i vietcong non aveva niente. E che quando gli chiesero se aveva capito bene cosa voleva dire rifiutare l' arruolamento rispose "benissimo" e si beccò venti miliardi di lire di multa, cinque anni di carcere e il furto più grande: quello del titolo mondiale. Sì, gli presero anche quello, fu dichiarato decaduto. In prigione lo chiamerà il filosofo Bertrand Russell per dargli la sua solidarietà: "Cercheranno di spezzarla perché lei è il simbolo di una forza che non riescono a distruggere". E Alì risponderà: "Lei è meno tonto di quello che sembra". Tornerà sul ring dopo 43 mesi di esilio: a danzare, a rivincere, a fare una cosa mai riuscita prima: conquistare due volte il titolo mondiale dei massimi. Se c' era un' emozione pura da dare è stata questa: Alì che emerge dalla notte, alla fine di un' estenuante e fredda cerimonia d' inaugurazione in cui il pubblico ha applaudito solo la squadra di casa. E nel gesto di Janet Evans che cercava di aiutare il tremolante Alì, perché non si fidava a lasciargli la fiaccola in mano, c' era forse il primo grazie ufficiale dell' America al suo campione. Per la prima volta l' Olimpiade non ha scelto come suo simbolo uno che piace a tutti, che ha unito tutti, famoso solo nello sport e in un continente, ma un contestatore che ha diviso il paese, che è stato molto odiato, che nel ' 64 quando conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi si chiamava ancora Cassius Clay, ma prima di salire sul ring pregò con Malcom X per chiedere la benedizione di Allah, che ripudiò perfino la moglie, l' indossatrice Sonji Roi, perché restia ad abbracciare le norme della nuova fede. E che sul ring si vendicò di Ernie Terrell che insisteva a chiamarlo "signor Clay", accompagnando ogni pugno con la domanda: "Come mi chiamo?". Uno a cui l' America ha mandato i suoi sicari a casa, a scaricare i fucili sul portone. Uno che è amico di tutti quelli che non piacciono all' America: Saddam Hussein, Fidel Castro. Uno che ha buttato nel fiume la medaglia d' oro vinta alle Olimpiadi di Roma nel 1960 dopo che gli avevano rifiutato l' entrata in un bar per soli bianchi. "Perché se non mi servi nemmeno a bere una birra, vuol dire che conti davvero poco". Per la prima volta l' Olimpiade sempre così tradizionale nei suoi riti ha accettato di sconvolgere il suo cerimoniale. L' ultimo tedoforo è sempre arrivato di corsa, ma Alì non poteva, nelle prove segrete non era riuscito nemmeno ad alzare la fiaccola, per questo l' accensione del braciere era stata modificata e affidata ad un filo magico. Per questo quando la tv ha allontanato i suoi occhi indiscreti qualcuno è andato ad aiutare Alì che non riusciva a compiere l' operazione. E in tanti hanno pianto nell' alba italiana e nella notte americana. Non per il campione che non c' è più, che ormai rifiuta le cure e i medicinali, che è stanco di tutti i trattamenti sperimentali a cui l' hanno sottoposto messicani e cubani, non per il grande pugile che sul ring ballava, boxava e parlava a velocità supersonica, ma per l' umiltà con cui ha accettato di farsi frugare nelle pieghe della sua nuova immobilità e per come si è denudato mostrando la sua totale dipendenza. Non crediate che Alì, con cui Bill Payne aveva preso segretamente contatti da due mesi, ricordandosi che il suo match di rientro dopo la lunga squalifica era avvenuto proprio ad Atlanta, non si sia reso conto di dov' era e di come è ridotto. Alì dopo nove figli e quattro mogli ha una vita pienissima, viaggia molto, dedica molto tempo ai bambini in difficoltà e ha appena aperto a Washington la sua prima catena di ristoranti che si chiama "Muhammad Alì Rotisserie Chicken". Ha da anni problemi con la parola, per questo spesso usa la moglie come interprete, ma per il resto capisce benissimo, e se gli volete bene non dovete mai mettergli sotto gli occhi la sua rabbiosa foto con Liston a terra. Non gli piace essere così com' è adesso, aver perso tutta la sua diabolica dialettica. "Il labbro di Louisville", lo chiamavano all' inizio. Ma basta avvicinare le orecchie alla sua bocca per sentire che vi dice: "Non voglio che abbiate pietà di me, che diciate povero Alì o che ho combattuto troppo. Ricevo ancora 300 lettere al giorno. La boxe mi ha ripagato di tutto. Non siate dispiaciuti per me, ma date la vostra simpatia a qualcun altro, a chi ne ha bisogno". E questo ha detto l' altra sera, a suo modo. Ci proveremo Alì. Ma con te era più facile, più bello, e più giusto. E chi se ne importa di questa accensione della fiaccola un po' handicappata. L' importante non è mai stato alzare le braccia, ma la testa.

dal nostro inviato EMANUELA AUDISIO
21 luglio 1996


venerdì 3 giugno 2016

Le leggende di Napoli - La Madonna dell'Annunziata

                       

La statua della Madonna alla quale bisogna cambiare le scarpe: si consumano perché va a vegliare sui suoi bimbi...

Non smetterò mai di amare questa storia che mi ha raccontato la mia Napoli e che ho scritto un po' di tempo fa.


di Paolo Barbuto


La statua della Madonna dell'Annunziata non è al centro della chiesa. Si trova in un angolo, dentro una teca dai vetri puliti di fresco. I lunghi capelli che coprono il mantello azzurro sono veri: le donne di Forcella se ne privarono per regalarli alla mamma di tutti i bimbi abbandonati.


Suor Maura è minuscola, ha un'età indefinita, sulle spalle il peso di una vita intera, cammina a fatica ma sorride in quella maniera dolce che solo certe donne sante conoscono. Suor Maura racconta la storia delle scarpe della Madonna.
                               
Storia, favola dolce. Nessuno lo chiama miracolo, per carità.Qualcuno la definisce leggenda. La voce flebile si perde nel chiaroscuro della chiesa. La statua della Madonna viene curata con amore dalle suore. Capelli sempre in ordine, vestiti lindi, comprese le scarpine. Che vanno cambiate spesso, perché la suola si consuma.


E qui la realtà si fonde con leggenda e fantasia. Per il quartiere, quelle scarpine consumate sono il segno di un miracolo: «La Madonna va a visitare tutti i suoi figli», dice senza ombra di dubbio una donna di Forcella. Suor Maura conferma. Quelle scarpine consumate vengono trattate come reliquie, anche se per la Chiesa non sono tali. Sono custodite con amore, vengono affidate a chi ha bisogno di una grazia. Una mamma le infila sotto al cuscino del figlio malato finché non guarisce; un marito le chiede per la moglie in fin di vita: «Solo che una volta una donna me ne chiese una, e non me l'ha più restituita». Suor Maura per un solo istante s'incupisce.


Dicono che la Madonna continui ancora oggi a vegliare sui bimbi dell'Annunziata. Raccontano che qualche settimana fa un medico in servizio di notte ha sentito una voce chiamare il suo nome. Quella voce lo ha trascinato davanti alla culla di un neonato, poi è sparita. «Quel bimbo stava soffocando, la Madonna l'ha salvato». Medici e dirigenti annuiscono con la testa. La Madonna che consuma le scarpe, quella notte vegliava su uno dei suoi figli. Forse non sarà un miracolo, ma crederci non costa nulla...

(Il Mattino - 5 ottobre 2009)

martedì 22 marzo 2016

Neapolitan Highlander

E pure stavolta il padreterno non mi ha voluta.
Ieri notte, con lo stomaco e la pancia sottosopra sono andata in bagno ma ho avuto appena il tempo di accendere la luce che sono svenuta e non mi ricordo più niente.
Mi sono ritrovata a riaprire gli occhi stesa a terra, con la testa sullo scalino e senza poter chiamare aiuto. Dopo circa mezz'ora, almeno credo, sono riuscita con molta fatica a rialzarmi ed ho scoperto che avevo un bel bozzo sulla testa, forse lo scalino, l'ossosacro dolorante e una costola acciaccata, forse una di quelle che ruppi in Turchia e ignoro come abbia fatto a procurarmi tutto questo.
Ora mia sorella mi dice che, dovesse ricapitarmi, devo mettermi io sul pavimento, afferrare un ascugamano per proteggermi dal freddo e portare il cellulare con me, per chiamare aiuto.
Lei dice che sono norme di sicurezza da osservare, loro in ospedale vanno sempre a prendere le persone che si sentono male in bagno.
E pure questa è fatta.

martedì 8 marzo 2016

8 marzo

"Se le donne abbassassero le braccia, il cielo cadrebbe".
Dedicato a tutte le amiche donne, che giorno dopo giorno non abbassano mai le braccia.

martedì 2 febbraio 2016

E' l'Italia che cambia

Oggi guardavo delle vecchie foto in una scatola. C'erano i bambini e sempre gli adulti in quelle foto avevano in mano una sigaretta; mioddio quanto fumavano, anche in presenza dei bimbi, al chiuso, all'aperto, alle feste, dovunque.
Ripensavo a questo mentre leggevo del nuovo decreto che vieta il fumo nei pressi degli ospedali, nelle auto in presenza di bambini e donne gravide. Addirittura le multe per chi getta i mozziconi per strada e sui pacchetti di sigarette foto spaventose.
E allora da domani un nuovo giorno, non vedremo più in futuro le foto piene zeppe di sigarette, le strade saranno pulite e nessuno mai fumerà vicino agli ospedali, figuriamoci dentro.
Così come accaduto con i telefonini. Anche per quello ha provveduto una legge. Infatti nessuno vedrà mai più gente che telefona in auto, che fa sorpassi azzardati e manovre pericolose perché stava chattando o mandando sms. Che se ti beccano ci sono multe stratosferiche. Appunto, se ti beccano. E chi?
Ecco, uguale uguale. Da domani.

Nel frattempo hanno fatto una legge che prevede l'estorsione del canone tv mediante bolletta Enel, quella sulle unioni civili naviga nel fango di reciproche accuse, le donne continuano a morire come mosche e anche la legge per il reato di omicidio stradale penzola da qualche parte mentre sulle strade avvengono ogni giorno incidenti dovuti ad alcool e droghe.
C'è tanto, troppo da fare per perdersi in quisquilie e pinzillacchere.

mercoledì 27 gennaio 2016

martedì 12 gennaio 2016

Un anno da batticuore



Ormai l'anno nuovo è già arrivato da un po', col suo carico di defunti importanti.
L'anno scorso Pino Daniele, ora David Bowie.
Io il Duca Bianco l'ho visto e sentito nel 1997, una serata magica all'Arenile di Bagnoli ex area Italsider. Tornammo a casa carichi di polvere di ruggine, marroni dalla testa ai piedi e pure il Duca qualcosa deve averla acchiappata, col suo elegante vestito bianco.
Poi in seguito i concerti in quella zona furono vietati, si erano "accorti" che era pesantemente inquinata. E sta ancora là.
Per dire che ogni anno nuovo si presenta già un poco usato, ricordando quello appena concluso o altri sepolti nella memoria volatile.
Ma non lamentiamoci, in realtà a noi è andata bene.
L'anno vecchio ha portato la D.M. in Cardiochirurgia, l'anno nuovo ha riportato a casa la D.M. rimesso a nuovo con angioplastica e coronarie a posto. Aveva anche un aneurisma e non si era accorto di nulla.
Deve la vita ad una moglie cacacazzo che lo ha trascinato a fare controlli casual e ad un cardiologo che è ancora capace di fare diagnosi a vista. Un culo pazzesco.
Ora sta a fare il riposo del guerriero e tenerlo fermo è un'impresa, dato che non accusa problemi di sorta.
E siamo ancora qua, eh già!